domenica 22 gennaio 2017

Sull'essere e la sostanza - 3. Natura reale del principio di non contraddizione



3.  Natura reale del principio di non contraddizione

Nell’intervento iniziale sul tema dell’essere e della sostanza, apparso in questo blog il 15 dicembre 2016, abbiamo visto come il principio di non contraddizione si costituisca a partire dal concetto dell’essere in quanto essere. Tale principio appare già nella proposizione: “l’essere è”, implicante quella secondo la quale “il non-essere non è”.  Considerando le due in relazione al tempo, si deve dire che essere e non-essere non possono esser simultanei, nel senso che l’essere che è, che esiste qui ed ora, non può nello stesso tempo non essere, non esistere qui ed ora.  Lo potrà in un momento successivo, appunto nel caso dell’ente (uomo, animale, pianta) che prima c’è, è vivo e poi muore, scompare.  Ma mentre è qui, presente nella realtà,  non può simultaneamente non esser presente, non esserci, non esistere.  E viceversa, non può simultaneamente esser qui ciò che ancora non è.
Il principio di non-contraddizione afferma dunque l’esclusione vicendevole di proposizioni manifestamente contraddittorie. Ma questo principio è valido solo sul piano logico o anche su quello ontologico, della “natura delle cose”, la natura concreta, reale dell’esistente nelle sue varie forme?
La risposta sembra ovvia:  anche su quello della realtà effettiva.  Si potrebbe persino dire che già lo si può ricavare da una semplice riflessione sulla nostra esperienza quotidiana.  Vedo una persona seduta su di una sedia in una stanza, che poi si alza ed esce dalla stanza.  Riflessione semplice, semplice:  la stessa persona non può star nello stesso tempo seduta e non seduta sulla sedia, ossia la sedia o la sua stanza non possono esser nello stesso tempo libere e occupate da qualcuno:  o l’una cosa o l’altra.  Io posso anche pensarlo, che potrebbero, ma questo pensiero, lo vedo subito, non corrisponderebbe mai alla realtà che cade sotto i nostri sensi. 

a.  Vediamo come Aristotele motivi la natura reale (o se si vuole ontologica) del principio di non contraddizione, nel libro Gamma della Metafisica.
“Anzitutto è chiaro che questo almeno è vero:  che le parole “essere” e “non essere” hanno un significato ben determinato, per cui non ogni cosa è possibile che sia e non sia così.  Parimenti, se la parola “uomo” ha un significato solo,  sia esso quello di “animale bipede”.  Dicendo che ha un solo significato, intendo che, se uomo vuol dir questo, ove ci sia un essere che è uomo, esso sarà ciò che per uomo s’è definito”[1].
Qui Aristotele si preoccupa di respingere l’opinione di coloro che vorrebbero negare il principio di non contraddizione argomentando dal fatto che una medesima parola può avere significati diversi.  Perché il discorso sia possibile, bisogna dare a ciascun termine un unico e preciso significato.  Una volta stabilito che, sulla base dell’esperienza, uomo vuol dire, descrittivamente, “animale bipede”, non si potrà più dire, per esempio, che voglia dire anche “animale non-bipede” o qualsiasi altra cosa e quindi che l’essere, il cui specifico significato è qui “animale bipede” possa contemporaneamente essere un “non-bipede” ovvero non-essere in quanto animale bipede.  “Ove ci sia un essere che è uomo”:  ogni volta che ci troveremo in presenza di un essere vivente “che è uomo” ossia “animale bipede”, tale essere vivente sarà inequivocabilmente “ciò che per uomo s’è definito”, l’animale bipede.
Se poi, continua Aristotele, si volessero dare significati diversi ma finiti  alla medesima parola racchiudente il concetto dell’uomo: “ebbene, si dia un nome appropriato a ciascuno di essi”. La cosa è legittima purché  le definizioni siano limitate e a ciascuna si dia un nome particolare, definito.  Se però ci si vuole sottrarre al compito dicendo che “i diversi significati di quel nome sono infiniti [ápeira]”[2] si fa cosa priva di senso.  Infatti, in questo caso un termine, un nome “non avrebbe più alcun senso, poiché, se non significa una cosa determinata [ma infinite cose], è come non significhi nulla; e quando le parole non hanno senso, è tolta la possibilità di discorrere con altri, anzi, propriamente, anche seco stesso; giacché non può neanche pensare chi non pensa una cosa determinata:  e se egli è in grado di pensare, dovrà dare anche un nome unico alla cosa cui pensa”[3].
Non ha senso rifiutarsi alla logica del principio di non contraddizione con la scusa che i significati di un nome possono essere infiniti.  Se il termine che si usa non si riferisce a una “cosa determinata” (nell’originale greco hen, uno; a un uno nel senso di realtà nettamente individuata, circoscritta, unica) è “come non significasse nulla” poiché il suo concetto si perderebbe nell’indeterminato dei molti significati, rendendo impossibile il significare stesso.


b. Di particolare interesse mi sembra la frase “non può neanche pensare chi non pensa una cosa determinata”; letteralmente:  “infatti non [gli] è possibile pensare, al non pensante uno [a colui che non pensa un uno], e se [è] possibile, [costui] porrà un solo nome a questa cosa [che sta pensando]”.  Non si pensa in generale o in modo indeterminato:  il nostro pensiero lo è sempre di una realtà singola, specifica, finita, che Aristotele racchiude nel termine uno, una sola cosa o pragma.  E il contenuto determinato, unico del nostro pensiero in atto, proprio perché esprime una realtà finita e circoscritta, riconoscibile anche per esclusione ovvero da ciò che essa non è (se non lo fosse, sarebbe a sua volta indeterminata), deve vedersi attribuito un nome specifico, che sarà solo quello “della cosa cui pensa”.  Pensiamo, quindi, dando sempre un nome a ciò cui stiamo pensando, nome unico per ogni cosa che pensiamo, perché sempre quello e mai un altro.
Si vede quindi che l’essere e il non essere della cosa, in relazione al principio di non contraddizione, non si riferiscono alla sola definizione della cosa bensì alla cosa stessa significata nel nome con il quale la pensiamo.
“Stabiliamo, quindi, che, come s’è detto da principio, ogni parola significa qualcosa, anzi qualcosa di unico [hen]. Ora, esser-uomo non potrà significare lo stesso che non-esser-uomo, se la parola uomo ha un significato non soltanto come predicato di un unico oggetto, ma in quanto significa essa stessa un oggetto unico”[4].
La distinzione sembra piuttosto chiara. In che senso una parola ha un significato, un significato uno cioè unico, riferito esclusivamente all’ente al quale si riferisce, quale che sia?  Ce l’ha, questo significato unico, allorché è usata non tanto come “predicato di un oggetto unico” bensì come significante l’oggetto stesso e quindi un solo o unico oggetto.  Quand’è, allora, che una parola ha un unico significato?  Lo ha, quando si riferisce ad un oggetto (o soggetto) determinato, non ai suoi attributi.  Ricorro qui a Tricot, che rende il testo in modo meno letterale ma più chiaro, con una perifrasi:  “ car nous n’entendons pas établir qu’il y a identité entre signifier un sujet déterminé, et signifier quelque chose d’un sujet déterminé, pour la raison que, s’il en était ainsi, musicien, blanc et homme signifieraient aussi une même chose, de telle sorte que tous les êtres seraient un seul être, car ils seraient univoques [una cosa sola]”[5]
Non è la stessa cosa definire l’oggetto determinato e gli attributi di questo stesso oggetto.  Se fosse la stessa cosa, gli attributi di un uomo bianco che sia un musico, non si differenzierebbero dal “soggetto determinato” o oggetto, cosa di cui sono attributi, costituita dall’uomo in questione, come se tra loro non vi fosse differenza.  Invece la differenza c’è perché c’è nella realtà, dato che i vocaboli uomo, bianco e musico indicano tre cose o soggetti completamente differenti. La differenza qui stabilita dai tre nomi si fonda sulla differenza che esiste fra questi tre enti nel mondo esteriore.  Per cui, conclude:  “Quel che è in questione non è già se lo stesso possa insieme essere e non essere uomo di nome, ma di fatto”[6]Di fatto, ossia nella realtà effettuale:  non tanto (o non solo) essere o non essere in relazione “al nome” (tò ónoma) quanto e soprattutto in relazione “al fatto” (tò prâgma), all’essere esistente.  Ancora Tricot:  “mais la question n’est pas de savoir s’il est possible que le même être, à la fois soit et ne soit pas un homme quant au nom, mais s’il est possible qu’il le soit quant à la chose elle-même”[7].
Ma questo lo si può sapere solo se applichiamo correttamente il principio di non contraddizione allorché istituiamo il rapporto tra la cosa e il nome che la significa per noi.  Il nome deve esser quello della cosa specifica, quella e non altra; determinato, quindi, nel suo unico significato, in relazione alla cosa; mai indeterminato, ossia consegnato ad una pluralità simultanea di significati, come se potesse applicarsi simultaneamente ad una pluralità di cose, vanificando se stesso e impedendo a priori ogni discorso provvisto di senso.

Paolo  Pasqualucci -  domenica 22 gennaio 2016      




[1] Aristotele, Met., Γ 4, 1006 a,  25-30;  nota intr., tr. it. e note di A. Carlini, La Metafisica, Laterza, Bari, 19654, pp. 122-3.  Ciò che per uomo s’è definito:  letteralmente:  “la quiddité d’homme”, come traduce Tricot il greco: tò anthrópō einai, l’esser all’uomo (è il quid sit degli Scolastici).   Vedi: Aristote, La métaphysique, tome I, traduct. et commentaire par  J. Tricot, Paris, Vrin, p. 201. 
[2] Op. cit., p. 123
[3] Op. cit., ivi.
[4] Op. cit., ivi.  Riporto anche la traduzione di Tricot:  “Ceci posé, il ne peut pas se faire que la quiddité d’homme signifie précisément la quiddité de non-homme, s’il est vrai que homme signifie non pas simplement  l’attribut d’un sujet déterminé, mais bien un sujet déterminé” (op. cit., p. 202).  Qui il termine sujet equivale all’italiano oggetto.
[5] Aristote, La métaphysique, cit., p. 202.
[6] Aristotele, La metafisica, tr. di Carlini, cit., p. 124. 
[7] Aristote, La métaphysique, cit., p. 203.

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