giovedì 15 dicembre 2016

Sull'essere e la sostanza


Sull’e s s e r e   e  la   s o s t a n z a 

1.  L’essere  in  quanto  essere

a. Il concetto dell’essere è oggi poco di moda.  Si concepisce la realtà all’insegna del divenire e del relativo:  tutto è relativo poiché tutto diviene, incessantemente. Così si crede. Ma si dimentica che il divenire presuppone l’essere, poiché, come scrisse Aristotele nella Metafisica, “il mutamento è da qualcosa a qualcosa” (Γ 1012 b), da punti di partenza a punti d’arrivo, come tali sottratti al movimento; non è un aggrovigliarsi caotico senza punti di riferimento, come tali indipendenti dal moto.  Nell’imperversante caos speculativo e non, una riflessione sul concetto dell’essere sembra quanto mai opportuna.  Essa può iniziarsi in diversi modi.  Ho scelto una nota frase di Aristotele, come riportata dal prof. Enrico Berti, illustre studioso dello Stagirita: 

l’ente si dice in molti sensi ma è chiaro che di questi il primo è il che cos’è, il quale significa la sostanza”.

Ho tratto la frase da una traduzione premessa dal prof. Berti ad un suo piccolo e recente volumetto intitolato:  Aristotele sull’essere, a cura di Enrico Berti, Albo Versorio Edizioni, Milano, 2013, pp. 38.
Il volumetto è diviso in due parti.  Nella prima, si riportano tre passi della Metafisica aristotelica, tradotti dallo stesso Berti.  Per uno di essi si danno anche traduzioni in altre lingue.  Nella seconda parte, un breve articolo di Berti su Aristotele, intitolato:  Ontologia in Aristotele?  Il prof. Berti nega che in Aristotele vi sia stato un vero interesse per l’ontologia ossia per “l’essere in quanto essere”.  Sarebbe invece prevalso in lui l’interesse per il concetto della sostanza.  L’innovativa ed originale interpretazione del prof. Berti richiede un’analisi a parte.    

L’intero passo, dal quale ho tratto, semplificando leggermente, la citazione di cui sopra è il seguente, nella traduzione di Berti:

L’ente si dice in molti sensi, come abbiamo distinto in precedenza nel trattato su quanti sensi; esso significa infatti da un lato il ‘che cos’è’ e l’’un questo’, dall’altro il quale o il quanto o ciascuna delle altre cose che sono così predicate.  Ma, dicendosi l’ente in altrettanti sensi, è chiaro che di questi il primo è il che cos’è, il quale significa la sostanza” (op. cit., p. 11).  Il testo originale è:  Metaph. Z 1, 1028 a  10-15.

b.  Ciò che colpisce qui è l’emergere immediato della domanda sulla sostanza (ousia) non appena posta quella sull’essere (to on), che altri traduce con “l’essente” (das Seiende), trattandosi di un participio presente del verbo essere (einai).   Come riassunse il Ross, famoso studioso dello Stagirita:  “The eternal question ‘what is being?’ really means ‘what is subtance’?” (op. cit., p. 13).
Dunque, la domanda sulla natura dell’essere trapassa inevitabilmente in quella sulla sostanza:  dall’essere che è tale perché è, al che cos’è (to ti esti) e all’un questo (tode ti), al reale concreto qui ed ora, con le sue specifiche determinazioni.  Uno può chiedersi:  ponendo la domanda sul “che cos’è ciò che è” non siamo già al di là dell’essere?  Nel senso, voglio dire, che siamo già passati dalla domanda sull’è a quella sulla natura di ciò che è.  Uso il termine natura, che mi sembra render bene il concetto.  Natura come sinonimo di sostanza, substantia, parola latina che traduce ousia.  Come sappiamo, ousia viene sempre dal verbo greco  eimi, io sono, einai all’infinito: deriva dal participio presente essente, declinato in greco al maschile (ōn), femminile (ousa), neutro (on).  Nel Gemoll, alla voce ousía troviamo:  “1. L’essere. a. esistenza, pl. giorni di vita [ousiai].  b. Essenza, realtà.  2.  Sostanze, proprietà, possesso”.

c. Secondo Aristotele, dunque, il primo significato, quello più importante, che si ritrova nel concetto dell’essere è quello della sostanza.
Ma l’essere non è in primo luogo ciò che è? Quando si pensa all’essere, non ci si riferisce forse sic et simpliciter a ciò che è?    
Quando l’essere si contrappone al non-essere, non vi si contrappone forse come ciò che esiste a ciò che non esiste, al nulla?  Quando diciamo che qualcosa è, non ci limitiamo a constatare che esiste? Se è falso che non sia, è; allora esiste, e quindi è. Stabilito che è, si potrà poi cominciare a determinarne l’essenza o sostanza, la sua vera natura. La sostanza appare come l’essenza della realtà (della c o s a  concreta) che è l’essere:  l’essenza o la sua intima natura.  Anche essenza, dal latino essentia, è un modo di tradurre ousia e viene in effetti usato anche oggi quale sinonimo di sostanza:  “la sostanza o l’essenza della cosa non è questa”, “andiamo alla sostanza o all’essenza del problema”.  Il termine latino compare già con Seneca, proprio come traduzione dell’originale greco, nell’Epistola 58, 6.  Lo si ritrova poi in Quintiliano, 2, 14, 2 e in altri autori latini (Georges-Calonghi).
Sul perché di questa traduzione con essentia, Seneca così si esprimeva:  “[…] Altrimenti, cosa succederà, Lucilio mio?  Come si renderà la parola ousía, la realtà necessaria, la sostanza che ha in sé il fondamento di tutte le cose? Ti prego pertanto permettimi di utilizzare questa parola…”[1].  Nella medesima lettera, Seneca traduceva to on, l’essere, con “quod est”, ciò che è[2].  
Prima di affrontare il concetto della sostanza, bisogna tuttavia esaminare in tutta la sua portata il concetto dell’essere in quanto essere, ossia valutare con tutta l’attenzione che merita il fatto indubitabile che l’essere in primo luogo è, senza ulteriore determinazione.  Che cosa si ricava da questa imprescindibile constatazione?  Innanzitutto che l’essere si determina per noi in due modi.

d. C’è l’essere dell’ente determinato, che si trova  n e l l a  realtà come entità nello spazio e nel tempo, dizione nella quale si racchiude il concetto di una qualsiasi realtà finita, parte del tutto della realtà.
C’è l’essere della realtà stessa, che potremmo chiamare l’essere dell’essere, se l’essere è il Tutto della realtà del mondo, del cosmo, di tutto l’esistente, includente anche noi.
Abbiamo quindi l’essere dell’ente, determinato e finito, e l’essere della realtà intesa come il Tutto che da ogni lato ci ricomprende, nello spazio e nel tempo, del quale non vediamo né inizio né fine, apparendoci quindi indeterminato.  Entrambi dovrebbero comprendersi nel medesimo concetto dell’essere. Ma in quale concetto dell’essere possono esser ricompresi la parte (l’ente determinato) e il tutto indeterminato del quale la parte è parte? 
Si dovrebbe trattare del concetto dell’essere di ciò che è, dell’è, appunto senza ulteriori determinazioni.  Tuttavia le determinazioni si impongono immediatamente. Infatti, l’essere dell’ente determinato è finito e lo possiamo constatare con i sensi, articolando i nostri giudizi in base alle categorie del prima e del dopo, del grande e del piccolo, del pieno e del vuoto, del moto e della quiete.  L’ente o la cosa che io sono è finito, come lo è il globo terrestre, o una qualsiasi stella, una cellula, e così via.  L’essere del Tutto che ricomprende tutti gli enti che sono, è al contrario infinito.  Siamo pur costretti ad ammetterlo, dal momento che non non riusciamo a stabilire alcun limite al tutto cosmico, né nello spazio né nel tempo. Ciò che è determinato lo è da un terminus, che lo rinchiude entro confini (linee, volumi, superfici) che lo rendono finito, separandolo dall’altro da sé. L’indeterminato, al contrario, è senza termini, ovvero senza confini e ciò rimanda all’idea dell’infinito.
Abbiamo, quindi, che l’essere ci appare simultaneamente finito ed infinito.  Ossia:  ciò che semplicemente è, l’essere in quanto semplice essere dell’ente, senza che si sappia ancora che cosa sia  quanto alla sua natura intrinseca e specifica, ci appare tuttavia qualificato nel senso del finito o dell’infinito, già in quanto semplice essere.
Questo duplice apparire dell’essere per noi scaturisce dalla constatazione della presenza o assenza di un limite in relazione all’essere concreto che ci si presenta innanzi. L’ente individuato come parte di un tutto e del Tutto ci si configura con dei limiti ben precisi, che sono quelli costituenti la sua forma esteriore specifica di ente che è quello che è e non è altro.  Invece, l’ente costituito dal Tutto stesso dell’universo, ci si configura come quella realtà spazio-temporale che è, che esiste pur in assenza di ogni limite al suo esser od esistere che dir si voglia.

e. Ora, nell’esser finito dell’ente e nell’esser infinito della realtà cosmica che lo ricomprende, non abbiamo già una loro qualità (finito e infinito) che possiamo considerare come appartenente alla  s o s t a n z a  di questi due enti?  Per meglio dire:  abbiamo stabilito l’esistenza dell’ente finito (l’ente in senso determinato o la cosa, parte del Tutto) e di quello infinito (l’ente che è il Tutto spazio-temporale).  Nel far ciò, non abbiamo enucleato una  q u a l i t à  essenziale di questi due enti, che sicuramente, dobbiamo dire, appartiene alla loro  sostanza, nel senso delineato da Aristotele, quello del loro “che cos’è”?  Infatti, dire di una determinata realtà che è finita o infinita non significa limitarsi a riconoscerla in quanto è, e quindi nella sua semplice esistenza; significa cominciare a chiarirne la  n a t u r a,  spiegando che cosa essa è.  E la natura della cosa, dell’ente, quale che sia, è ciò per cui esso è ciò che è, ossia la sua sostanza, che lo distingue da tutto il resto.   
Diceva dunque bene Aristotele, quando affermava che la domanda sull’essere implicava quella sulla sostanza, come la più importante, poiché definisce la natura o l’esser-in-sé della cosa. 


f.  Da quanto detto finora, sorgono alcune questioni. 
In primo luogo, se il concetto dell’essere non sia un concetto limitato, quanto alla sua capacità di ricomprendere il tutto della realtà in un  u n i c o   concetto.  Difatti, abbiamo visto che la definizione dell’ente in quanto ente che è, che esiste, conduce a stabilire l’esistenza dell’ente finito e di quello infinito.  E come è possibile racchiudere entrambi in un unico concetto?  L’unico concetto sarebbe qui quello dell’essere, che dovrebbe allora ricomprendere due realta’ opposte quali il finito e l’infinito.  Ma questo non si può ammettere.
Oppure, seconda obiezione:  si può ammettere, ma allora bisogna conferire al concetto dell’essere un significato solo  d e s c r i t t i v o .  Esso si limiterebbe a ricomprendere l’essere di ciò che è, di tutto ciò che è, di tutto ciò che esiste,  e lì si fermerebbe, senza poter andar oltre.  In effetti, lo stesso Aristotele sembra dire che l’essere si qualifica innanzitutto con lo svelarci la sostanza di ciò che è, più che come semplice “essere in quanto essere”.

g.  Circa la prima obiezione, possiamo rispondere in questo modo:  gli opposti, come l’ente finito e quello infinito, si contraddicono quanto al loro significato ma non si escludono a vicenda, nel senso che non si cacciano reciprocamente dalla realtà:  ci sono e ci restano bellamente, dal momento che essi  s o n o .  Godono entrambi della qualità dell’essere:  il finito e l’infinito sono realtà che beneficiano della stessa qualità, quella di essere e quindi partecipano dell’essere.  L’essere ricomprende allora l’ente finito che è nello spazio e lo spazio stesso in quanto ente infinito, insondabile ed indeterminato vuoto cosmico.  Li ricomprende senza contraddirsi poiché sia l’ente nello spazio che lo spazio  s o n o  entrambi, cioè esistono simultaneamente. Bisogna pertanto inchinarsi alla forza dell’essere, alla forza di ciò che è, del positivo rappresentato dall’essere nella sua effettualità.
Annotava Pascal:  “- Incompréhensible.  Tout ce qui est incompréhensible ne laisse pas d’être.  Le nombre infini.  Un espace infini, égal au fini”[3].
E aggiungo:  la materia e il pensiero s o n o  contemporaneamente, dal momento che pensiamo restando sempre nel nostro corpo, e occupano il medesimo spazio.  Non posso dire, infatti, che occupino  d u e  spazi diversi.  L’immateriale ed anzi lo spirituale che è il nostro pensare è  n e l l o  spazio o fuori di esso?  Se è  nello spazio, allora il pensiero viola l’impenetrabilità dei corpi e lo spazio contiene nello stesso luogo realtà tra loro incommensurabili, quali la materia e lo spirito (il nostro pensiero).  Ad esser incommensurabili non sono solo il finito e l’infinito.  Nello stesso luogo noi possiamo avere:  la materia, p.e. il nostro corpo; l’immateriale, nell’energia che l’attraversa e lo pervade; lo spirituale, come il nostro pensiero, che possiamo certamente ricondurre all’anima, la quale viene sentita come un’ulteriore “dimensione” puramente spirituale (ulteriore, rispetto al pensiero).
Ma torniamo al nostro tema.

h. L’ente, ciò che è come è, essente e sussistente in sé e per sé, sia esso parte del Tutto o il Tutto stesso, già qualifica a pieno titolo l’essere come essere, prima ancora che ne sia emersa la sostanza ovvero l’intrinseca ed individuale natura, con le sue caratteristiche o qualità (accidenti, secondo l’antica terminologia, di origine scolastica).
Alla forza del negativo, invocata dal pensiero moderno, che procede ricercando sempre l’opposizione, la discordanza, la contraddizione; convinto che l’armonia del tutto o comunque il risultato del divenire che è la realtà dipenda dall’operare della negazione, la negazione come molla del divenire – a questa concezione bisogna opporre la forza del positivo, costituito dalla presenza dell’ente che è invece di non essere.  Rivendicare la forza di questa presenza, prima ancora di comprenderne la sostanza o natura intrinseca, che lo fa essere ciò che è e non altro.  L’essere come esser qui , Da-sein o esserci, semplice esistenza di tutto ciò che è.
Questa nozione dell’essere appare ancora preliminare, non svelando essa la sostanza, il “che cos’è”.  Non per questo è da scartare.  Su di essa poggia la contrapposizione fondamentale di essere e non essere.
“È necessario il dire e il pensare che l’essere sia:  infatti l’essere è, il nulla non è [esti gar einai, mēden d’ouk estin]”.[4]
Integriamo, allora, senza contraddirla, la sentenza di Aristotele:  la domanda sull’essere trova una risposta ancor prima di giungere a determinare la sostanza di ciò che è.  Questa risposta, comunque, non esaurisce la domanda poiché non ci dice ancora nulla sulla natura dell’essere.  Tuttavia, essa dimostra che è possibile determinare l’essere dell’essere senza giungere a svelarne la sostanza. A poter dire dell’essere, con assoluta certezza, che esso innanzitutto è.
Bisogna dunque ribadire l’importanza della contrapposizione tra l’essere e il non essere poiché su di essa si fonda il principio di contraddizione, fondamentale per il buon uso della recta ratio.  Tale principio si ricava dallo “essere in quanto essere”.  E ciò risulta dallo stesso Aristotele, che discute di questo principio nel libro  Gamma della Metafisica.   In che senso si ricava dall’essere in quanto essere, dato che esso è un principio del ragionamento, sembrando così appartenere al pensiero e non all’essere; al modo di procedere del nostro pensare, non all’essere che esiste esternamente al pensiero?  Ma anche il pensiero è, e quindi appartiene anch’esso all’essere.  Inoltre, il principio di non contraddizione, in quanto categoria generale del nostro discorrere e ragionare, viene posto proprio in relazione all’essere in quanto essere, non al concetto della sostanza.  Ciò che è si distingue per ciò stesso dal nulla o non-essere, per il puro fatto di essere, del suo esser-qui, hic et nunc, non perché sia questo o quello, finito o infinito, bello o brutto, e così via:  si distingue dal non-essere per la sua semplice presenza non per la sua natura, quale che sia.
“Questo è di tutti i princìpi il più saldo:  esso, infatti, ha i caratteri che dianzi determinammo, poiché è impossibile che uno stesso pensi la stessa cosa essere e non essere [adynaton gar hontinoun tauton hypolambanein einai kai mē einai], secondo che alcuni credono dicesse Eraclito.  Vero è che non è necessario che tutto quello che uno dice, lo pensi anche.  Ma non potendo i contrari trovarsi insieme nella stessa cosa […], e dacché un’opinione è contraria all’opinione contraddittoria, è chiaro non esser possibile che lo stesso uomo pensi che la stessa cosa sia e insieme non sia:  chi fosse in quest’errore avrebbe ad un tempo [hama] le opinioni contrarie” [5].
 Siamo quindi giunti ad una conclusione importante, dovremmo dire, e cioè che il fondamentale principio di non contraddizione  si costruisce già a partire dalla definizione dell’essere in quanto essere, dal momento che tale definizione non può non affermare che l’essere è e il non essere non è; si intende, l’essere del quale non sappiamo ancora “che cos’è”, quanto alla sua natura o essenza.  

Paolo   Pasqualucci
15 dicembre 2016







[1] Lucio Anneo Seneca, Tutti gli scritti in prosa.  Dialoghi, trattati e lettere, a cura di Giovanni Reale, con la collaborazione di Aldo Marastoni e Monica Natali, Rusconi, Milano, 1994, p. 1040.  Nello stesso paragrafo Seneca invocava l’autorità di Cicerone a sostegno dell’uso di essentia.  Tuttavia, il termine non è riscontrabile nelle opere ciceroniane che noi possediamo (vedi op. cit., p. 1369, Note alle Lettere, nota n. 311).
[2] Op. cit., ivi.
[3] Pascal, Pensées, in ID., Oeuvres complètes, edizione curata ed annotata da J. Chevalier, Pléiade, Paris, 1954, p. 1226,
[4] Parmenide, Poema sulla natura.  I frammenti e le testimonianze indirette, presentazione, tr. it. con testo greco a fronte, note di G. Reale, saggio introduttivo  e commentario filosofico di L. Ruggiu, Rusconi, Milano, 1991, p. 95.


[5] Aristotele, Met., Γ, 1005 b, 6-7.  Ho citato dalla traduzione della Metafisica di Armando Carlini, Laterza, Bari, 19654, pp. 119-121.  Per l’originale greco:  Aristotelis Metaphysica, rec. W. Jaeger, Oxford, 1957.
Ho tenuto presente anche la traduzione di Tricot:  Aristote, La Métaphysique, introduction, notes et index par J. Tricot, Vrin, Paris, 2 voll., nouvelle édition entièrement refondue, avec commentaire, 1991; vol. I, pp. 195-196.  So che la traduzione di Carlini, il cui originale è del 1928, è considerata vecchia e superata, anche perché troppo legata a schemi interpretativi di tipo idealistico (Carlini era gentiliano).  Si usa oggi quella assai più recente in due volumi di Giovanni Reale, che io però non posseggo.  Che la traduzione di Carlini sia però “cattiva” e da buttare, come qualcuno insinua, non è vero.  Conserva ancora il  suo valore.